GIOVANNI TRAVAGLINI: IL REALISMO SIMBOLICO DELLE RADICI.

Giovanni Travaglini è nato nella Tuscia. Uomo della Tuscia. Della sua natura dolce, che accoglie senza sforzo, da secoli, viti e ulivi, conserva l’abbraccio verso un tutto eterno; della sua forza, degli elementi che ne rendono unico e magico il paesaggio, rimane prepotente in lui la presenza dell’acqua, nella forma del mare, un mare buono e rassicurante. È una terra ricca, questa, culla delle più antiche culture italiche, che l’hanno occupata fin negli angoli più nascosti dei boschi dell’interno, e fino alla costa. Qui, gli Etruschi hanno saputo interpretare il legame tra la vita e la morte, tra la realtà e il sogno, regalandone al mondo il connubio perfetto nelle pitture tombali.

Giovanni Travaglini racconta questo senso di ininterrotto, la potenza delle radici, non solo le sue ma quelle di una intera civiltà, che non può dimenticare le proprie origini. E allora, sullo sfondo di acque benigne, pacifiche, “turistiche”, si raccolgono i testimoni del passato: gli sposi, i pescatori, i cavalli alati simbolo di Tarquinia, i sarcofagi, gli oggetti della quotidianità, anfore, oinochoe, kyathoi. Una visione onirica, in cui tuttavia è immanente la contemporaneità, un profondo hic et nunc, la suggestione del continuum. Barche a vela, ombrelloni, coppie sdraiate al sole, tutto ci ricorda il presente, la consapevolezza di derivazione esistenziale, la necessità di non dimenticare. E una ciminiera. Rovine. Rovine di velieri, rovine di importanti edifici, rovine di manifesti sui muri. Torri di Babele. Le brutture dell’umanità, che Travaglini esamina con lucida freddezza e che ci offre al ragionamento, come un monito. Di fronte a questi dipinti, l’osservatore difficilmente discerne tra il senso di sicurezza, individuale e storica (“io esisto”), veicolata dalle citazioni dal passato, e l’inquietudine trasmessa dall’insistenza sulla modernità, un disagio di hopperiana memoria. Fino ad arrivare all’incapacità della creazione perfetta e all’incompiutezza. Una impossibilità che si traduce in opere che paiono piuttosto derivare da una ri-creazione, da un destrutturare e ricomporre, quasi si trattasse di frammenti che qualcuno è riuscito a rimettere insieme. L’artista? O, piuttosto, un restauratore sconosciuto e inesperto? Il tema è quello della battaglia: l’impresa è ardua, al punto che neppure la sua stessa rappresentazione riesce a renderne conto appieno. Riuscirà il tuffatore dall’altissima scogliera? San Giorgio sconfiggerà il drago? Ulisse vincerà Polifemo? Ancora, il cavaliere arriverà alla fine del suo viaggio?

Gli interni sono pochi e sempre il punto di vista è alla ricerca della via di fuga, dello sfogo, del fuori. Il cielo è declinato in ogni possibilità: è l’azzurro pieno del giorno, è il rosso del tramonto, è il blu della notte, è il grigio della tempesta, è il cinereo del riflesso sul vetro di una vecchia finestra.

Immergersi in un dipinto di Giovanni Travaglini significa inevitabilmente condividerne i contrasti, gli opposti, il matching storico. Non solo. La nota autobiografica è evidente nell’ispirazione, come detto, ma anche nei suggerimenti di carattere più intimo: tubetti di vernice, bozzetti, riferimenti ad altre forme di arte amate e studiate (il cinema, De Chirico). Un realismo forte e al contempo un simbolismo efficace, arricchiti dall’esaltazione del dettaglio e dal tratto preciso, la linea netta che evita ogni con-fusione. Infine, l’uso del colore: toni accesi, quand’anche si tratti del buio, della penombra, della notte; colori forti e pastosi, il giallo, il blu, il rosso, le loro gradazioni, ma senza troppe vie di mezzo.

Così, Giovanni Travaglini dà forma al suo immaginario, una dimensione senza tempo eppure così referenziale, un mondo  in cui lo spettatore penetra tanto da non volere tornare indietro, desideroso di abitare quei luoghi, specialmente se si ritrova vicino a una piccola casa a ridosso di una chiesetta, incantato dalla memoria, e più consapevole dei propri limiti.

Testo di Simona Costaggini